Per tutta la vita, ho veduto gli uomini, stretti di spalle, compiere senza una sola eccezione atti stupidi e numerosi, abbruttire i propri simili e pervertire le anime con ogni mezzo. I motivi delle loro azioni li denominano: gloria.
Vedendo tali spettacoli, ho voluto ridere come gli altri; ma ciò, strana imitazione, mera impossibile.
Ho preso un temperino dalla lama acuminata e mi sono tagliato le carni nei punti in cui le labbra si congiungono.
Per un attimo, credetti d’aver raggiunto il mio scopo.
Mi guardai in uno specchio la bocca straziata per mia propria volontà! Errore! Il sangue, colando copiosamente dalle due ferite, m’impediva d’altronde di distinguere se si trattasse veramente del riso degli altri
Di conseguenza, anima timida, prima di spingerti più oltre in simili lande inesplorate, volgi i tacchi indietro, e non avanti. Ascolta bene quel che ti dico: volgi i tacchi indietro e non avanti, come gli occhi di un figlio che rispettosamente si distoglie dalla contemplazione augusta del volto materno; o meglio, come l’angolo allungato a perdita d’occhio d’uno stormo di gru freddolose e assorte che, durante l’inverno, vola possentemente attraverso il silenzio, a vele spiegate, verso un punto determinato dell’orizzonte, da dove all’improvviso parte un vento strano e forte, annunciatore di tempesta. Vedendo il pericolo, la gru più vecchia, che da sola forma l’avanguardia, scuote la testa come una persona assennata, e con essa il becco che emette uno schiocco; non è contenta (nemmeno io, lo sarei al suo posto) e intanto il suo vecchio collo, sguarnito di piume e contemporaneo di tre generazioni di gru, si muove con ondulazioni irritate e presaghe del temporale che sempre più si avvicina.
Ho preso un temperino dalla lama acuminata e mi sono tagliato le carni nei punti in cui le labbra si congiungono.
Per un attimo, credetti d’aver raggiunto il mio scopo.
Mi guardai in uno specchio la bocca straziata per mia propria volontà! Errore! Il sangue, colando copiosamente dalle due ferite, m’impediva d’altronde di distinguere se si trattasse veramente del riso degli altri
Di conseguenza, anima timida, prima di spingerti più oltre in simili lande inesplorate, volgi i tacchi indietro, e non avanti. Ascolta bene quel che ti dico: volgi i tacchi indietro e non avanti, come gli occhi di un figlio che rispettosamente si distoglie dalla contemplazione augusta del volto materno; o meglio, come l’angolo allungato a perdita d’occhio d’uno stormo di gru freddolose e assorte che, durante l’inverno, vola possentemente attraverso il silenzio, a vele spiegate, verso un punto determinato dell’orizzonte, da dove all’improvviso parte un vento strano e forte, annunciatore di tempesta. Vedendo il pericolo, la gru più vecchia, che da sola forma l’avanguardia, scuote la testa come una persona assennata, e con essa il becco che emette uno schiocco; non è contenta (nemmeno io, lo sarei al suo posto) e intanto il suo vecchio collo, sguarnito di piume e contemporaneo di tre generazioni di gru, si muove con ondulazioni irritate e presaghe del temporale che sempre più si avvicina.
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